ViviVerde Firenze

venerdì, 13 marzo 2009

Lettera aperta dedicata a chi non c'era. "La differenza tra Don Milani e Facebook"

Cari lettori, soprattutto i più giovani,

uno dei segni più inquietanti del terzo millennio è il tentativo dei grandi poteri economici e politici di massificare e uniformare in un blob le varie culture e tradizioni, sotto il potere egemone e omogeneo della globalizzazione.

Questa colossale manipolazione culturale produce spesso per reazione culture particolaristiche, purtroppo sotto il segno del settarismo, del razzismo, del protezionismo economico.

Dentro a questa cornice planetaria, il modello berlusconiano attinge anche alla componente trasformistica presente tradizionalmente nella peggiore storia d’Italia, all’elogio dell’ignoranza, alla sottocultura dei più mediocri e ascoltati blob/reality televisivi (il Grande Fratello, Amici, Uomini e Donne...). In questo quadro, l’attacco alla Storia è uno degli ingredienti principali: il segno distintivo del nuovismo astorico.

Un esempio: la Costituzione della Repubblica, secondo Berlusconi, invece di essere il prodotto delle migliori culture politiche antifasciste e libertarie, diventa espressione delle dittatoriali influenze sovietiche. Il fascismo è un insignificante accidente italico, la sinistra – anche quella liberale, socialista e cattolica – diventa, nelle sue esternazioni, comunista, l’ambientalismo un’insopportabile velleità.

Matteo Renzi, candidato a sindaco di Firenze, esprime precisamente questa cultura dominante, soprattutto nel suo rapporto con la storia e nel suo modo di rapportarsi ai modelli di grandi personalità a cui ispirarsi.

L’ analisi politica che facciamo come Verdi di Firenze ci fa dire che nella nostra città è in corso un tentativo politico-culturale di mutazione transgenica dei valori fondanti la cultura e la tradizione popolare della sinistra. Questo disegno, che vede Firenze come una sorta di laboratorio-cavia da spendere in ambito nazionale, avrà come effetto la distruzione di fatto del Partito Democratico, la sua morte prematura dovuta al taglio precipitoso ma non incolpevole del suo cordone ombelicale, delle sue radici culturali e sociali principali.

Altri per adesso la potranno considerare una fantasia e forse un’esagerazione.

Ma se facciamo confusione su questo, se non distinguiamo il diavolo dall’acqua santa, se non manteniamo la memoria storica della differenza tra culture di destra e culture di sinistra, la politica rischia di diventare definitivamente una pantomima per il popolo ignorante, gestita da abili oligarchi trasversali.

Renzi dice di ispirarsi a Don Milani. Ne è lontano anni luce.

Riportiamo per fare chiarezza un passo di una lettera che il priore di Barbiana scrisse a Pipetta, un giovane comunista:

«Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio signore crocifisso».

Da queste poche righe, dure, essenziali, povere, dolenti, sgorga la poetica di Don Milani, quello che era, quello in cui credeva.

Don Milani era un borghese fiorentino con una casa grande piena di libri. Ha scelto di vivere in una canonica microscopica, d’inverno in mezzo al fango e al freddo, a contatto con i contadini poveri del Mugello per cercare di trasmettere la cultura, la conoscenza, il rendersi conto di cosa succedeva nel mondo, ai figli dei poveri che ne erano esclusi, così come invece avevano ampia possibilità di farlo i figli dei padroni.

La stessa sensibilità di Di Vittorio, il grande sindacalista comunista pugliese, con una spiccata e severa concezione della “dignità”. Quella che lo aveva portato ad insegnare ai braccianti agricoli che non bisognava togliersi il cappello davanti al padrone.

Certo, i tempi sono cambiati. Ma non così tanto se si pensa alla povertà nel mondo e all’attuale crisi che sta sfasciando anche la nostra società. In Italia - e a Firenze - decine di migliaia di operai corrono il rischio di entrare nel baratro della povertà, decine di migliaia di giovani precari vi sono già dentro.

Il tasso di subordinazione la potere da parte di chi non ha lavoro o è precario tende ad aumentare. La dignità e la libertà dell’individuo è, con evidenza, ridotta e si torna a “togliersi il cappello” in maniera deferente nei confronti dei potenti.

E allora, diciamolo con forza, ritenendoci semplice avanguardia di molte coscienze e sensibilità ora stordite e sopite: Don Milani non avrebbe mai scelto di fare una vacanza esotica, che anche negli anni sessanta era a disposizione della borghesia fiorentina. Egli scelse amorosamente i poveri e i giovani contadini, invece degli aristocratici fiorentini con cui altri pezzi della Curia intrecciavano corrispondenze amicali.

Anche il concetto di amicizia, non era quello finto e piacione di Facebook, ma quello aspro e vero delle relazioni in cui ci si scambia qualcosa di autentico che resta nel tempo. Chi ha visto lo sceneggiato televisivo su Don Milani sa di cosa parlo.

In un momento di crisi economica che investe molte famiglie fiorentine, il candidato Matteo Renzi nei suoi blog parla di barzellette sconnesse tra amici, goal e Prandelli.

E’ la stessa modalità culturale che usano i “Berluscones” per affrontare la crisi economica a livello mediatico.

La Politica è basata sulla distinzione delle culture, sui modelli di vita e sulla conoscenza della storia, o sulla loro spregiudicata manipolazione?

Difendere la memoria di Don Lorenzo Milani, come un pezzo di storia d’Italia, dalla barbarie del berlusconismo e dei suoi imitatori, nella fattispecie dalla confusione dei valori e significati, è compito di ogni onesto patriota e buon fiorentino.

 

Gianni Varrasi - Capogruppo Verdi a Palazzo Vecchio


scritto da: viviverde alle ore 08:01 | link | commenti
categorie: lettere, varrasi

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